Il piano industriale presentato
ai Sindacati dalla Indesit Company, definito pomposamente dall'azienda “Piano
di salvaguardia e razionalizzazione dell'assetto in Italia”, che prevede un
taglio di 1.425 posti di lavoro sul territorio nazionale, di cui 480 unità per
gli stabilimenti di Fabriano e 230 unità
per quello di Comunanza, rappresenta l'ennesimo contributo della nostra
“migliore imprenditoria” alla deindustrializzazione e alla desertificazione
produttiva del territorio marchigiano.
Finalmente il re è nudo e lor
signori ammettono, anzi per la verità rivendicano come un proprio diritto, la
scelta di delocalizzare all'estero, in paesi dove è più facile speculare sulla
manodopera e risparmiare sul costo del lavoro,
intere linee di produzione. E rivendicano (gli stessi che sono nati,
cresciuti ed ingrassati grazie anche alle politiche nazionali e regionali che
nei decenni hanno distribuito una imponente mole di risorse economiche e
benefit vari alle imprese) il diritto di scaricare sulla collettività i costi
di queste operazioni, ponendo a carico del sistema degli ammortizzatori sociali
le centinaia di esuberi annunciati. E magari continuando a beneficiare, per vie
diverse e spesso poco trasparenti, di finanziamenti pubblici, siano essi
regionali o statali. Insomma la politica dei nostri “illuminati” industriali è sempre
la stessa: privatizzare gli utili e socializzare le perdite.
A fronte di questa situazione,
drammatica per centinaia di famiglie e per intere comunità, sembrano
insufficienti le risposte che provengono dalla Giunta regionale: timida appare
infatti la richiesta di un incontro alla proprietà avanzata dall'Assessore al
Lavoro e del tutto inadeguata a fronteggiare questo tipo di emergenze la stessa
Giunta regionale anche dopo il “riassetto”
fortemente voluto dal Presidente Spacca medesimo.
E' oramai invece indispensabile
ed urgente elaborare un progetto - in strettissima collaborazione con le
Amministrazioni locali, con le Organizzazioni Sindacali, con le associazioni
datoriali, con le realtà organizzate dei cittadini - che disegni un nuovo
modello di sviluppo per i nostri territori, che possa “liberarli” dalla
onnipresenza e dall'egemonia di questi grandi gruppi industriali che hanno
dimostrato spesso di essere capaci solo di spremerne le migliori risorse,
stravolgendone persino le radici storiche e le identità culturali, salvo poi
abbandonarli al proprio destino al primo manifestarsi di difficoltà o al
presentarsi di opportunità di realizzare altrove maggiori guadagni.
Raffaele
Bucciarelli

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